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"Un
sabato italiano" è un album decisamente atipico per il momento
in cui viene pubblicato e per il mercato italiano.
La sua chiara impronta jazz-swing si rifà ad un genere musicale
che non veniva preso in considerazione da autori, interpreti e tantomeno
dalle case discografiche, in quanto considerato "non commerciale"
e destinato a pochi eletti specializzati. Non è inquadrabile né
nel pop più commerciale né nel consolidato filone dei cantautori.
E sicuramente non è rock, anche se Caputo ammette: In quel
periodo ero un fan di Patti Smith. Volevo sposarla e mi piaceva anche
fisicamente! Seguivo Springsteen, Dylan e Lou Reed
ma scrivevo jazzisticamente.
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Caputo
non è lunico in Europa che ha voglia di swing:
linglese Joe Jackson, gettate le chitarre rock dei suoi primi
dischi, ha pubblicato proprio in quel periodo un disco di brani anni
40 intitolato Jumpin jive, e a metà
anni 80 il fascino discreto del jazz sedurrà molti tra
coloro che non credono più nel punk (come gli Style Counci
di Paul Weller, ex arrabbiato nei Jam) o che
non sono soddisfatti del pop elettronico (da Carmel a Matt Bianco
fino a Sade).
Un particolare che molti ignorano è che Caputo compone alla
chitarra (e non al piano, che non so suonare). Per accompagnare
le sue canzoni, sogna una big band, ma ovviamente non può contare
sul budget necessario. Ragion per cui, i fiati di Un sabato
italiano vennero simulati in modo piuttosto avventuroso con
dei sintetizzatori avanzatissimi per lepoca ma che, ascoltati
oggi, risultano molto datati. Eppure, curiosamente, conferiscono al
brano un sound alieno, in un certo senso lunare: dice Caputo: A
parte il piccolo fatto che riascoltando adesso il brano non li sopporto,
tutto sommato quei synth finirono per caratterizzare il brano in modo
(ai tempi) innovativo. Probabilmente c'era anche l'inconscia convinzione
che fare quel disco troppo stilisticamente preciso sarebbe
risultato in un manierismo".
Da segnalare qualche problema, in studio, anche per la batteria: Dovemmo
reinciderla tre volte. Sembrava che nessun batterista fosse in grado
di azzeccare l'andazzo giusto. Alla fine la palma d'oro andò
a Derek Wilson, batterista inglese che, nonostante anni di rock e
il pop, si ricordava come suonare lo swing. Incredibilmente a nessuno
(neanche a me), venne in mente di chiamare un batterista jazz.
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