1946, B.Cherubini-V.Falcomatà, Ed. Suvini Zerboni/Kansas




Un'immagine di avanspettacolo

 

 



Non deve sorprendere che un grande successo del dopoguerra sia nato da un gioco di parole quasi puerile ("mute Ande/ mutande).
La tradizione italiana, da 'In riva al Po' di Ripp ("in posizione ti metto un po'…o mio tesor, qui siamo in riva al posterior") del 1926 a Elio e le Storie Tese, passando per 'La pansè' di Carosone (1953) e il 'Clarinetto' di Renzo Arbore (1986), è ricca di brani costruiti su licenziosi doppi sensi. Interessante, in merito, la tesi di Felice Liperi ("Storia della Canzone Italiana", Rai ERI) su come i primi intrecci tra musica e comicità un po' grossolana avvengano nei cafè-chantant: "Se in Francia si proponevano il fascino e la raffinatezza, in Italia ha il sopravvento il clima a tinte forti, e il caffè concerto viene presentato soprattutto come luogo di peccato e di goliardie di studenti della buona borghesia.

Allo sviluppo di questa atmosfera aveva contribuito un provocatorio episodio, avvenuto nel 1875, quando Luigi Stellato aveva lanciato una prima idea di spogliarello attraverso la sua famosa 'A'cammesella', duetto tra due sposini che devono ancora liberarsi delle timidezze adolescenziali. Da allora in poi il palcoscenico del café-chantant italiano andò affermandosi come 'luogo di perdizione' dove il pubblico andava per cercare maliziose atmosfere. Per tale ragione spesso la fama di personaggi mitici come Lina Cavalieri e Anna Fougez si costruiva utilizzando canzoni dal soggetto audace e dai continui doppi sensi".

Conferma la tesi Gianni Borgna ("Storia della canzone italiana", Mondadori): in attesa della definitiva affermazione di radio e televisione come veicoli di diffusione della musica popolare, in ambienti come il caffè-concerto e successivamente il tabarin, la rivista d'avanspettacolo, "la canzone trova occasione di crescita in un ambiente scomposto e libertino. Qui fa la prova generale come mezzo di comunicazione facile e rapido".

Il genere era arrivato al culmine nel ventennio fascista ('Ti darò quel fior', 'Era nata al Cairo' Ziki-paki ziki-pu', 'I pompieri di Viggiù' solo per citarne alcune), e dopo il 1945 venne ricacciato dalla retorica sanremese proprio dove era nato: sul palcoscenico del varietà. Fu proprio un autore di riviste, Falcomatà, a comporre 'La paloma blanca'.

Come racconta Paolo Limiti, "era un personaggio spiritosissimo, amava particolarmente gli scherzi: basti pensare che ha ispirato i giochi di 'Amici miei' - su tutti, lo scherzo degli schiaffi alla stazione... Scrisse 'La paloma blanca' un giorno che si era recato a vedere uno spettacolo durante il quale, causando ovviamente grande sensazione, a una ballerina erano scese le mutandine mentre stava cantando". Falcomatà propose immediatamente il gioco di parole "Senza le mute ande" a Bixio Cherubini, il paroliere che con il quasi omonimo Cesare Andrea Bixio aveva scritto brani allusivi come 'Alcova', 'Lucciole vagabonde', omaggio alle passeggiatrici, e il celeberrimo 'Tango delle capinere' (con le quali 'ognuno vuol godere'). Inutile dire che Cherubini non si oppose.